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Benevento, quei duemila tifosi da primo posto in classifica

Benevento, quei duemila tifosi
da primo posto in classifica

Il tachimetro dei tifosi del Benevento è oramai fuori giri. Impossibile tenere il conto del chilometri macinati dall’inizio del campionato ad oggi. Dall’alba al tramonto? No, dall’alba all’alba. E alle volte le prime luci arrivano anche dopo qualche ora di viaggio. «Perché quando la trasferta è lontana si parte la notte», racconta Ennio Calabrese, esponente della curva del Benevento. Da Udine a Crotone, da Torino a Cagliari, sempre presenti, al di là dei risultati e di una classifica da incubo (ultima a 7 punti e a 14 di distacco dalla zona salvezza). La serie A a fare da palcoscenico, i tifosi sanniti a fare da attori protagonisti. I numeri delle loro trasferte sono da capogiro. I duemila dell’Olimpico in occasione della trasferta contro la Roma, sono gli ultimi di una lunga serie.
Tutto è iniziato ad agosto, quando a Genova per l’esordio contro la Sampdoria sono arrivati in 2000. «Praticamente abbiamo preso subito tutti i biglietti disponibili - spiega Ennio - perché un appuntamento storico così non si poteva certo perdere». Senza contare quelli che partita dopo partita sono stati in grado di trovare i biglietti nei settori dello stadio non riservati solo ai tifosi ospiti. 
Erano in mille anche alla vigilia di Natale, quando il Benevento ha giocato sempre al Ferraris, ma contro il Genoa. «La nostra è una fede che va al di là dei risultati in campo della squadra», spiega Gabriele Sorice, quello che in curva è il primo a lanciare i cori. Un messaggio che è stato capito (e molto apprezzato) dalle tifoserie di tutta Italia. Lo ricorda perfettamente Gianluca De Rosa: «Anche a Bergamo o a Verona, due campi storicamente avversi alle squadre del sud, siamo stati sempre accolti tra gli applausi. Perché la nostra mentalità e il nostro attaccamento alla maglia ha colpito tutti».

 

Ma andiamo con ordine, perché per viaggiare (sempre) ci vuole un’organizzazione capillare come spiega Emanuele, il fratello di Gabriele. «Ogni volta che vengono definite le date delle singole gare di campionato, attiviamo la macchina organizzativa». Si parte con pulmini, auto, treni ed eccezionalmente aerei. L’importante è arrivare in tempo per la gara. Fin quando si tratta di dover arrivare a Roma o a Napoli nessun problema, il viaggio è fin troppo agevole, ma quando il Benevento è stato impegnato a Udine o a Torino le cose si sono fatte molto più serie. «Quella a Udine è stata la trasferta più complicata - spiega ancora Ennio - perché siamo dovuti partire di notte per poi ritornare a Benevento dopo più di 24 ore. Però devo ammettere che lo stadio di Udine è davvero accogliente». Colazioni al sacco, cori e striscioni: lo stretto indispensabile per il viaggio. «A modo nostro», recita lo slogan presente sempre sullo striscione della curva sud Benevento 1929. In casa lungo 40 metri, mentre in trasferta è riprodotto in versione pocket.
La notte più lunga? Quella di Cagliari. «Abbiamo dormito in aeroporto subito dopo la partita perché l’unico volo di rientro era la mattina dopo». Ma anche lì erano almeno un migliaio. «E all’aeroporto abbiamo incontrato tanti cagliaritani che si meravigliavano della nostra scelta». Impossibile da spiegare questa fede, che però è anche una grande festa. Perché dopo anni trascorsi nelle serie minori, quella della serie A era un’occasione più unica che rara per entrare nella storia.
Il gruppo si muove compatto e nelle trasferte settentrionali viene rinforzato anche dagli innesti degli “Stregoni del nord”, il gruppo di supporter del Benevento che vivono tra Lombardia, Veneto e Piemonte.
Si danno da fare anche fuori da campo, cercando di far sentire la propria presenza anche sul territorio. «Raccogliamo fondi per gli ospedali pediatrici, organizziamo serate di beneficenza e cerchiamo di fare il massimo per la città di Benevento, perché il nostro è un attaccamento prima di tutto al territorio». Nonostante i risultati della squadra (che in trasferta è rimasta sempre a secco), non hanno mai preso in considerazione l’idea di non partire. «I risultati sono importanti, ma la passione è un’altra cosa e poi l’entusiasmo della serie A ti da sempre qualcosa in più». È per questo che all’interno della comitiva ci sono anche tante donne e tanti ragazzi giovani che si sono avvicinati da poco alla squadra. «Ma non per questo si fanno sentire di meno rispetto ai veterani. Siamo una vera e propria famiglia e ci muoviamo sempre compatti», aggiunge Antonio Cella. Si canta, si sta insieme e si viaggia. Dall’alba al tramonto? No, dall’alba all’alba.


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