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Clan e tifoserie in curva,
l'allarme del pm Parascandolo

Clan e tifoserie in curva,
l'allarme del pm Parascandolo

«È un dato notorio la divisione della tifoseria in base al territorio e, ahimè, ai gruppi camorristici»: la Curva B è quella della provincia e della periferia, quindi anche del clan Lo Russo, la Curva A delle zone centro, con personaggi del calibro di Genny 'a carogna. Queste parole della pm di Napoli Enrica Parascandolo in Antimafia, accendono la discussione nella commissione parlamentare che sta indagando sulle commistioni tra criminalità e mondo dello sport. La presidente Rosy Bindi incalza anche la procura di Napoli: «Spero di vedere un approfondimento: preoccupa la spartizione delle curve. Che la tranquillità sia garantita da una convivenza data per scontata mi inquieta».

Parascondolo, sostituto procuratore della Dda, è convocata per riferire sulla presenza del boss Antonio Lo Russo, oggi collaboratore di giustizia, a bordo campo al San Paolo nella primavera 2010. Non fu un caso isolato, spiega: Lo Russo era un "abituè", ma non era ancora latitante, lo diventerà solo il 5 maggio. Il privilegio gli era concesso da un pass da giardiniere che la ditta incaricata della manutenzione del manto erboso gli aveva procurato, racconta il magistrato che scagiona dunque la Società Calcio Napoli, che nulla ha a che vedere con i giardinieri dello stadio. Ma Lo Russo è un caso non solo in quanto tifoso "d'eccezione" in quella circostanza, ma anche per il rapporto di amicizia con l'ex calciatore del Napoli, Ezequiel Lavezzi, al quale aveva anche procurato un'utenza telefonica dedicata, il cosiddetto "citofono", per evitare - almeno secondo quanto lo stesso collaboratore di giustizia ha riferito ai magistrati - che attraverso il calciatore si potesse risalire a lui. La pm rende noto anche un dettaglio sconosciuto ai più: il lavoro di diplomazia di Lo Russo sulle due curve "rivali", A e B, per far esporre lo stesso striscione, "Il Pocho non si tocca", «in cambio della garanzia da parte del calciatore di non andare a giocare in squadre italiane come la Juve, ma nel caso solo all'estero».

«I camorristi - dice - vanno allo stadio come tutti i comuni cittadini. Il nostro problema è se fanno i camorristi allo stadio». Incalzata quindi dalle richieste dei parlamentari sui rapporti tra curva e camorra, la pm spiega che «sì, esiste una forma di controllo, come per tutte le attività, da parte della camorra. Non mi sento di escluderlo. Ma questo non vuol dire che le curve siano appannaggio dei clan o che i clan condizionino la gestione o la vendita dei biglietti».

«Se risultano frequentazioni del vertice della società con i clan per acquietare la curva? Assolutamente no. E sì, ci sono state indagini in merito». L'argomento è ustionante, e specie dopo il vespaio sulle presunte infiltrazioni della 'ndrangheta nella curva bianconera e le accuse al presidente della Juventus, Andrea Agnelli, la commissione vuole andare fino in fondo. Se la leggenda Maradona a mollo nella vasca dei Giuliano è uno di quegli episodi, sospeso tra folklore e orrore, orami solo da discorso da bar, le partite a playstation tra "el Pocho" e il rampollo di camorra Lo Russo, e la spartizione delle curve in base alla provenienza «territoriale», ma anche camorristica, devono essere approfonditi secondo Bindi, che anticipa che disporrà altre audizioni in merito. Intanto prosegue l'indagine del Comitato mafia e sport della commissione Antimafia, coordinato dal deputato napoletano del Pd Marco Di Lello: «La situazione delle curve a Napoli è monitorata dalla procura - dice -. Faremo altre audizioni, anche per altre città. Presto sentiremo anche le società calcistiche». Il 3 maggio, intanto, sarà ascoltato il capo della Polizia, Franco Gabrielli.


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