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Cannavaro, emozioni di trent'anni:
«La mia domenica da raccattapalle»

Cannavaro, emozioni di trent'anni:
«La mia domenica da raccattapalle»

Fabio Cannavaro, 43 anni, capitano della Nazionale campione del mondo nel 2006, ultimo italiano Pallone d’oro, allenatore del Tianjin Quanjian nella Super League cinese.
 

 

Cannavaro, ricorda la sua prima intervista?
«Facile. Dieci maggio dell’87».
Il giorno del primo scudetto del Napoli.
«C’ero anche io. Avevo tredici anni e giocavo». 
Giocava?
«Sì, nel senso che con la mia squadra, i Giovanissimi del Napoli, giocai la gara organizzata prima della Fiorentina, di quella partita passata alla storia. E avevo rischiato di non farla».
Perché?
«Mancava un compagno e il nostro allenatore, Scarpitti, che mi conosceva bene perché era anche il mio insegnante di educazione fisica a scuola, mi aggregò. Gli dissi che sapevo di dover fare soltanto il raccattapalle quel giorno e non avevo portato le scarpe da calcio. “Fa niente”, la risposta. “Vai in campo lo stesso”. Giocai con le scarpe da ginnastica, le Superga». 
Prima, però, fu intervistato.
«Il video è spuntato qualche anno fa su Youtube. Un giornalista parlò con alcuni di noi sulla rampa del sottopassaggio mentre eravamo in attesa di raggiungere gli spogliatoi. Nome, cognome, età e ruolo, questa la domanda. Ci chiese poi cosa provassimo a poche ore dalla partita che stava per consegnare il primo scudetto al Napoli».
La sua risposta?
«È un sogno».
Era il suo primo anno nel Napoli.
«Sì, venivo dall’Italsider, dal campo di Bagnoli dove mi accompagnava papà Pasquale, che era stato difensore. La società ci dava un tesserino per assistere alle partite nella Tribuna laterale del San Paolo. Ma a me non bastava».
E allora?
«Chiedevo ripetutamente a mister Scarpitti di essere convocato come raccattapalle. Volevo vivere da vicino l’emozione delle partite di Maradona, Giordano, Carnevale, Bruscolotti, Ferrara». 
Vicino quanto?
«Mi sistemavo nei pressi delle bandierine degli angoli, tra la Curva A e i Distinti o la Tribuna laterale».
Perché in quei punti?
«Perché Maradona andava a battere gli angoli e io volevo fotografarlo. Mettevo nella tasca della tuta la macchinetta con il rullino e scattavo, scattavo... Ogni partita diventava una collezione per il mio album».
Come fu il 10 maggio di un ragazzino che sarebbe diventato campione del mondo?
«Il mio unico sogno, allora, era indossare la maglia del Napoli e ripercorrere il cammino di difensori come Bruscolotti e Ferrara, che a vent’anni vinse il primo scudetto nella squadra della sua città».
La notte prima di Napoli-Fiorentina come fu per il piccolo Cannavaro?
«Poche ore di sonno. La domenica misi la tuta sociale marchiata Nr e uscii presto di casa».
Ricorda ancora lo sponsor tecnico.
«Ricordo ogni attimo di quel giorno».
Presto al San Paolo, allora.
«Sì, anche se abitavo alla Loggetta e bastavano cinque minuti a piedi per raggiungere lo stadio. Ma l’adrenalina saliva».
Chi erano i suoi compagni quella domenica?
«Caruso, De Rosa, Troise e Rogazzo. Questi ultimi due sono con me da trent’anni: fanno parte dello staff al Tianjin Quanjian. Bella squadra, qualche anno dopo avremmo vinto lo scudetto Allievi».
Com’era Napoli vista dagli occhi di un ragazzino?
«Era tutta azzurra e tricolore, c’erano striscioni dovunque. E i caroselli delle auto erano cominciati già alcuni giorni prima. Alla Loggetta saliva di minuto in minuto l’ansia per quella partita: tutti volevamo vivere quel momento. I cancelli dello stadio aprirono prestissimo».
Lei giocò prima di Maradona e Baggio sul prato del San Paolo. 
«Sì, li avevo incrociati negli spogliatoi ed era stata già un’emozione. Andammo in campo, non era la prima volta ma era come se lo fosse perché c’erano novantamila tifosi che aspettavano soltanto l’inizio della festa. Finita la partitella mi sistemai nel solito angolo. E cercai di rispettare la raccomandazione del mister».
Quale?
«Ragazzi, ci aveva detto negli spogliatoi, se il Napoli vince dovete andare piano».
Un trucchetto per far passare i minuti. 
«Non ce n’era bisogno. Quei campioni erano concentratissimi, lo capivo incrociando gli sguardi di Diego e degli altri quando si avvicinavano. Si faticava a bordocampo, come sugli spalti, a trattenere l’emozione. Non vedevo l’ora che l’arbitro fischiasse. E quel fischio arrivò». 
E Cannavaro si precipitò in campo.
«Mi misi ad inseguire Carnevale che faceva il giro di campo col bandierone tricolore».
Quella foto sarebbe stata affissa su un muro della foresteria del Centro Paradiso.
«Capirete l’emozione quando anni dopo la vidi... Anche noi quella domenica ci sentimmo campioni».
C’è un’altra sua foto: alle spalle di Maradona che abbraccia il fratello Hugo.
«Là ci volle un po’ di cazzimma perché i controllori ci avevano bloccati. Ma non si accorsero di me: mi piazzai dietro Diego».
A proposito di cazzimma, non riuscì a portarsi a casa una maglia?
«Macché. Ma ricordo che nel successivo campionato mi avvicinai a Carnevale che rientrava negli spogliatoi dopo una sostituzione. Gli chiesi in regalo il pantaloncino e lui, arrabbiato per il cambio, mi rispose duro: non posso darti niente. Ci rimasi male. E, siccome ho memoria lunga, tanti anni dopo lo dissi ad Andrea. Sorridendo».
A che ora tornò a casa?
«Tardissimo. Andai in giro con gli amici per Fuorigrotta. Una festa infinita e io sempre orgogliosamente con la tuta marchiata Nr, come quella dei grandi». 
C’è il rimpianto per non aver vinto a Napoli lo scudetto?
«C’è. Ma quando andai via nel 1995, dopo appena due stagioni in serie A, la società aveva problemi finanziari e cedermi fu una necessità. Ero cresciuto pensando alle vittorie di Ferrara e al record di presenze di Bruscolotti...».
Ora c’è Insigne che sogna il terzo scudetto. 
«Lo auguro a lui e a tutti i giovani calciatori del Napoli. E intanto mando un abbraccio ai campioni che festeggeranno il 10 maggio, purtroppo non al San Paolo per problemi organizzativi da quanto ho capito: grazie per le emozioni che regalaste trent’anni a me e a tutti i ragazzi di Napoli».


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