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Sarri, Di Francesco e il calcio filosofale

Sarri, Di Francesco
e il calcio filosofale

Dicono, di Eusebio Di Francesco, che una volta abbia detto no al Cavaliere. Dicono, di Maurizio Sarri, che una volta il Cavaliere gli abbia detto no. Più o meno nello stesso periodo, diciamo un anno e mezzo fa. Non direttamente, è ovvio. Si sa come vanno queste cose nel calcio: ci si guarda intorno, si sonda, si cerca di capire chi può fare al caso tuo. Il Milan cercava un allenatore dopo l'ennesimo recente flop, quella volta di Inzaghi. Di Francesco non se la sentì di tradire il Sassuolo che gli aveva dato tanto, era troppo presto. 

Sarri venne suggerito ad Arcore da tutti gli uomini del presidente, da Sacchi a Galliani, ma alla fine scartato perché il personaggio non convinceva, o forse per ragioni politiche, le stesse che, un calcio fa, costarono il posto a Zaccheroni. Qualunque sia la verità, viene da pensare che così sia andata bene a entrambi. Né Sarri né Di Francesco sembrano fatti per lavorare con Berlusconi, per farsi dire come deve giocare la loro squadra, per ridursi a utilizzare controvoglia il modulo della casa (come fece per un certo periodo anche un duro come Mihajlovic), per essere obbligati a schierare due punte, per dover discutere con il patron persino gli schemi sui calci piazzati.

Non sono due tipi facili, la diplomazia non fa parte del loro bagaglio professionale, neanche di quello di Di Francesco, uno che pure fuori dal campo non alza mai la voce. Credono molto in se stessi, senza tuttavia sembrare presuntuosi. Magari un po' permalosi, seppure cerchino di non darlo a vedere. Di certo, non amano interferenze nel loro lavoro. A chi si diverte a catalogare i tecnici inserendoli nella categoria «allenatori scienziati» o in quella «allenatori artisti», si può suggerire un terzo elenco dove poterli piazzare, quello degli «allenatori filosofi». Sì, per loro il calcio è filosofia, filosofia anche di vita. Diventare allenatori non è stata la loro prima scelta, o meglio non è stata la loro prima opportunità.

Per Sarri è stata una conquista, dopo il lavoro in banca e l'interminabile gavetta in provincia. Per Di Francesco una consapevolezza acquisita dopo essere stato tentato da una carriera di dirigente e avere scoperto la nostalgia dell'odore dell'erba. Di Francesco è stato un buon calciatore: ha vinto uno scudetto e vestito la maglia della nazionale. Sarri no. Ma questo non significa niente. Come dice Arrigo Sacchi, per essere un bravo fantino non c'è bisogno di essere stato cavallo. Vengono entrambi dalla stagione migliore della loro carriera, una carriera ancora breve ad alti livelli. Sarri ha riportato il Napoli a lottare per lo scudetto (e ha consentito a un giocatore del Napoli di arrivare a valere 90 milioni). Di Francesco ha portato il piccolo Sassuolo per la prima volta in Europa. Quest'anno le cose non stanno finora andando altrettanto bene.

Persino la fortuna ha voltato loro le spalle, privandoli rispettivamente di Milik e Berardi, i giocatori più importanti. Tatticamente oggi li accomuna il 4-3-3, il sistema di gioco più «estetico», quello che copre meglio il campo, considerato da molti anche il più offensivo. In realtà, non si può dire che siano pasdaran del loro modulo. Di Francesco, pur essendo allievo confesso di Zeman, si è laureato a Coverciano con una tesi sui movimenti degli attaccanti nel 4-4-2 e, spesso, nei momenti di difficoltà (l'anno in cui fu temporaneamente esonerato dal Sassuolo e nelle scorse settimane) si è rifugiato nella difesa a cinque, per la verità con risultati insoddisfacenti. Sarri ha sfondato nell'Empoli con il 4-3-1-2 e solo dopo averne verificato l'impraticabilità a Napoli si è convertito al 4-3-3 che oggi difende forse sin troppo strenuamente

A ben guardare, il calcio di Sarri è più aggressivo e, per certi versi, più offensivo di quello di Di Francesco, a sua volta più armonico e un po' più tattico. L'allenatore del Sassuolo è sempre pronto a provare ad adattare la sua squadra alle esigenze proposte dai diversi momenti del gioco. L'allenatore del Napoli è così bravo e meticoloso nel preparare le partite (questo anche il tema della sua tesi a Coverciano) che talvolta sembra essere sorpreso se le cose non vanno esattamente come lui si aspettava. Sia Sarri sia Di Francesco sono buoni lettori (narrativa di qualità, saggistica anche non legata al calcio) e grandi studiosi. Studiosi del loro lavoro, che poi è la loro passione. Fin da bambini. Di Francesco addirittura si chiama Eusebio perché suo padre era un grande ammiratore del campione portoghese degli anni Sessanta. Sono pure buoni maestri. Magnanelli, capitano del Sassuolo, per parlare del suo allenatore cita nientemeno che i vecchi latini: «La parola conduce, l'esempio trascina». Sarri è magari un po' più burbero, ma egualmente comunicativo.

All'interno del gruppo. Perché di certo nessuno dei due ha imparato niente da Mourinho: le conferenze stampa per loro sono un tormento, più che un divertimento. Lì, al contrario che in campo, spesso giocano in difesa, contrattaccano solo in contropiede, sostanzialmente sono due timidi introversi, anche se Sarri talvolta esagera con le parolacce per apparire disinvolto. La settimana europea non è stata brillante per nessuno dei due. In questo momento hanno problemi da risolvere. Lo possono fare solo nell'unico modo che conoscono: lavorando per migliorare il gioco delle loro squadre. Per questo domani Napoli-Sassuolo sarà comunque uno spettacolo.


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