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Mennea, 40 anni fa il 19”72
che lo proiettò nella leggenda

Mennea, 40 anni fa il 19''72 a Mexico City che lo proiettò tra le leggende dell'atletica

Un giorno al Messico, tra le nuvole della capitale, un ragazzo italiano del sud, Pietro Paolo Mennea da Barletta, la città della storica diffida, toccò il cielo con un dito: quel dito che alzava spavaldo e grato dopo ogni successo, e furono tanti. Esattamente quarant’anni fa Mennea corse i 200 metri in 19:72, record del mondo. Dirà poi: “Come record europeo resisterà quarant’anni”. Si sbagliava: quei 40 scadono oggi, 12 settembre, e il record europeo li ha dunque appena scavalcati. Portava la pettorina 314 sulla maglia azzurra, correva nella corsia 4, era piovuto e la pista s’era indurita per migliorare i rimbalzi aggressivi, il vento soffiava favorevole a 1,8 metri al secondo. Mennea inseguiva quel record che 11 anni prima, sempre lassù, era stato di Tommie Jet Smith, il famoso afroamericano che prese a pugni quel cielo e il razzismo sul podio olimpico del ’68. Mennea non aveva quel fisico prorompente dei velocisti neri, un po’ sbilenco e sgraziato forse; ma ne aveva la rabbia dentro ed aveva quella “tigna” che spesso aiuta gli italiani a raggiungere l’impossibile. Pietro quell’impossibile lo rese reale quel giorno messicano.

Era alle Universiadi, era “l’italiano da battere”. Non ci riuscirono, anzi fu lui a battere quelli che c’erano più tutto il mondo. Sarebbe rimasto in cima a tutti per 17 anni. Una volta organizzarono una gara al Sestriere, nel cielo d’Italia, perché Michael Johnson battesse il primato. Gli avevano promesso una Ferrari. Invitarono Mennea. “Se non lo fa la date a me?”. Gli dissero di no e non andò. La Ferrari rimase in garage. Sarebbero passati ancora anni prima che Michael Johnson facesse il primato (che ora è di Usain Bolt). Per farlo, Johnson indossò scarpe magiche, leggere e rampanti, che potevi correrci una volta sola e poi evaporavano. “C’è qualcuno più felice di te?” chiesero a Mennea. “Mio padre” rispose lui. Felice come Pietro, invece, fu tutta l’Italia, sportiva e no, che aveva trovato un altro dei suoi Grandi Eroi dello sport. Carlo Vittori, il Professore, che lo allenava tra durezze e buffetti, cronometrò manualmente 10.24 per i primi 100 metri e 9.38 per i secondi. Primo Nebiolo, il Grande Capo dell’atletica di quei tempi, corse ad abbracciarlo “più veloce di Mennea”. Cose di un altro mondo. E di un altro mondiale. Non c’erano i selfie, sennò ne avremmo uno.


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