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Disastro azzurro, addio notti magiche: «Calcio da rifondare, ora tutti a casa»

Disastro Italia, addio notti magiche
«Che vergogna, ora tutti a casa»

Hanno fatto più male le lacrime di Gigi Buffon o quelle di Elsa Fornero? L'Italia che dopo 60 anni esce fuori dai Mondiali di calcio o, sei anni fa, la ratifica ufficiale dell'ingresso dell'Italia nella sua più lunga crisi economica dalla quale pare stiamo uscendo? È stato più duro tirare la cinghia o non poter tirare il pallone? Il dramma Nazionale o la crisi internazionale? Sono domande, che, riemergendo da una giornata in cui l'azzurro era scomparso persino dal cielo, tramortito da una coltre di pioggia, restano senza risposta. Anche qui, probabilmente, un triste zero a zero. Ieri, anzi già lunedì notte, non s'è parlato, scritto, postato d'altro. Sebbene i cinguettii di Twitter si strozzavano in gola (a parte quelli degli eretici che non venerano il SuperSantos), sebbene si cercasse di sdrammatizzare rincorrendo la battuta, lo sfottò che strappasse il sorriso amaro, l'hashtag che ha tenuto banco è stato #italiafuoridaimondiali. Il dramma Nazionale dondolava come una corda in casa dell'impiccato.

E chi se lo ricorda più un campionato senza gli azzurri, due volte nella polvere e quattro sull'altare? Così, già al risveglio titoli cubitali sui quotidiani sportivi: «Fine», «Fuori tutti», «Tutti a casa». Catastrofe, Apocalisse. Roba che non si vedeva dall'attacco alle Torri Gemelle di New York, con i siti stranieri a rivoltare il coltello nella piaga, ironizzando e sbeffeggiando. E ancora cascate di «vergogna, scuorno» e autoflagellazioni sfuse. I marcantoni in giallo della Svezia ci hanno sbattuto in faccia le porte della Russia con un catenaccio a undici mandate. Sessant'anni fa furono i nordirlandesi a negarci il biglietto per la Svezia. Sempre la Svezia a smontarci, come una cassettiera dell'Ikea.

Toni e dichiarazioni taglienti e affranti, persino da parte di politici adusi, in occasioni come questa, alla morbidezza, alla carezza o alla fuga per non mettere la faccia sulle figuracce, un mood pervasivo che a confronto la disfatta di Caporetto era una gita sul Piave, un cameratesco picnic. Il ministro dello Sport, Luca Lotti, ha sparato a palle incatenate: «Il calcio va rifondato del tutto. È il momento di scelte che forse negli anni passati non si è avuto il coraggio di prendere». A chi parlava? Al presidente della Federazione Calcio (Figc), Carlo Tavecchio e al ct Giampiero Ventura? «Spetta a loro decidere». Sul vertice della Federazione è stato più netto il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «È padrone di assumersi le responsabilità, ma se fossi in lui mi dimetterei». Non ci sono strumenti procedurali per commissariare la Figc e Malagò confida nel buonsenso. Anche per Franco Carraro, ex-presidente della Figc, Tavecchio non è messo bene: «Come si sentirà? Non bene. La sua responsabilità oggettiva è essere il presidente di una federazione che ha fallito l'obiettivo principale». Tuoni, per ora. Con un siparietto del ct in bilico che a una domanda delle «Iene» sul suo probabile addio prima ha risposto sì e poi ha negato. Un giallo come le casacce scandinave. La tempesta, quindi, potrebbe scatenarsi a momenti, perché almeno Tavecchio ha annunciato per oggi la propria sentenza.

È il calcio, bellezza. E non possiamo farci nulla. Fuori dal gotha, dal Grande Gioco, dalle Notti Magiche. In tanti, mettendo in fila un po' di numeri prevedono grandi perdite economiche, temono persino che la debacle peserà sul Pil. Ma quando l'hanno chiesto a Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, hanno raccolto solo un «addirittura? No, non credo». Battuta dubbiosa e rassicurante, una punta scettica. Comunque non poteva non finire in politica e c'è finita. Il leghista e neosovranista Matteo Salvini ha colto la palla al balzo e ha tirato in porta: «Troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla serie A, e questo è il risultato». Segue l'inequivocabile hashtag: #stopinvasione. Quindi «più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio»: il refrain per intercettare un malessere, più che ragionare su una possibilità.

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