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Verona e Bologna pareggiano
ma è Mihajlovic l'uomo partita

Verona e Bologna pareggiano
ma è Mihajlovic l'uomo partita

VERONA Da allenatore, un giorno, per far capire che le sue squadre devono essere come lui, ha citato Che Guevara: «Zero passi indietro, nemmeno per la rincorsa». Tuta, cappellino, e nel viaggio da Bologna a Verona quella mascherina ch’è figlia dei 41 giorni di terapie al Sant’Orsola di Bologna, Sinisa Mihajlovic è diventato l’uomo della partita, cioè di Verona-Bologna, già due ore e mezza prima del fischio d’inizio di Giua quando s’è presentato senza preavviso nel ritiro dei rossoblù (lo sapeva solo la dirigenza) per fare la riunione tecnica, dire che sarebbe andato in panchina quindi da lì, al Bentegodi, addosso la fatica della lotta alla leucemia, toccare quota 265 presenze in serie A da timoniere. Dal 12 luglio scorso, il giorno dell'annuncio della battaglia che l’aspettava, Mihajlovic ha preparato il Bologna dall’ospedale per interposta persona: mail, sms, streaming e qualche telefonata con il vice De Leo, quel De Leo che alla vigilia di Verona diceva: «Mihajlovic è sempre con noi». Cosa sia passato per la testa di Sansone e soci, rivedendo Mihajlovic dopo un mese e mezzo, lì con loro per davvero, non può raccontarlo il risultato. Risultato, 1 a 1, che ha detto di un Bologna forse emozionato, magari immaturo, di certo troppo poco cinico nella sua superiorità numerica durata 75 minuti e bisognoso di almeno un centrocampista sostanzioso dopo l’addio di Pulgar (arriverà Medel, ex Inter) e di un Verona, neopromosso, già tignoso come vorrebbe Juric ma per il resto carente sia in difesa (l’ingenuo Dawidowicz espulso dopo neanche un quarto d’ora regalando a Sansone il rigore del vantaggio) sia in attacco (tridente Verre-Tutino-Zaccagni, pochissima roba per la A). A guardarlo, quel risultato lì, può far sorridere l’Hellas e corrucciare il Bologna. Ma per una volta si può anche andare oltre i ragionamenti da tabellino, o da campo. La cartolina della prima giornata di serie A è Mihajlovic, in panchina mentre combatte una lotta tutta sua, un po’ come Tabarez con l’Uruguay all’ultimo mondiale di Russia (la neuropatia) o Caparros con il Siviglia nell’ultima Liga (leucemia anche lui, ora è dirigente del club spagnolo), anche perché a 50 anni, tuta e cappellino, la lotta di Mihajlovic è qualcosa che nemmeno la telecamera a più alta definizione può raccontare. 
 


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