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Napoli, i mille moduli di Ancelotti:
«Il calcio è semplice, vincono i migliori»

Napoli, i mille moduli di Ancelotti:
«È semplice, vincono i migliori»

Il sole e la luna, il giorno e la notte. Così Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti. Due mondi a parte, distante anni luce, costellazioni forse destinate a non incontrarsi mai. Il punto in comune lo trovano in azzurro, è il Napoli, la squadra che il primo ha allenato negli ultimi tre anni ed il secondo dovrebbe allenare per i prossimi tre dopo l’annuncio lampo di ieri. Un passaggio di consegne quasi traumatico: la favola della rivoluzione, dell’uomo venuto dal basso e arrivato ai vertici, pronto a regalare un sogno a quel popolo che gli aveva dato i natali, contrapposta all’uomo che ha vinto tutto, calciatore sopraffino e poi allenatore trionfale ad ogni latitudine europea.

Diversi fuori dal campo, ma soprattutto nel rettangolo di gioco. Carlo Ancelotti non vestirà la tuta molto probabilmente, ma di sicuro toglierà al prossimo Napoli quel pizzico di integralismo visto nell’ultimo triennio. Il 4-3-3 «sarriano» ammirato in queste stagioni non era semplicemente un modulo, ma una dichiarazione d’intenti, la strada attraverso cui la bellezza e la qualità del Napoli è venuta fuori. Strana la genesi: Sarri lanciò il suo Napoli con un apparato tattico diverso, in mente aveva il 4-3-1-2 che ad Empoli aveva funzionato e che in azzurro fu accantonato quasi subito.

E proprio quello stesso 4-3-1-2 aveva portato Ancelotti in trionfo per l’Europa. Come dimenticare il Milan degli anni duemila che, trascinato dalla classe di Pirlo, Rui Costa o Kakà e dalla spietatezza di Inzaghi faceva incetta di Coppe dei Campioni e vinceva scudetti? Venne etichettato come il «rombo»: difesa a quattro compatta e con terzini fluidi, centrocampo di qualità, attacco atomico. Ancelotti lo cambiò solo per far spazio al 4-3-2-1, il famoso «albero di Natale» che Berlusconi aveva richiesto per dare il tocco finale alla squadra e lasciar andare tutta la classe a disposizione.

Carletto, però, parte da lontano e le sue strade sono pressoché infinite. Il suo Parma, la squadra con cui esordì in Serie A nella stagione (1996-97, prima gara proprio contro il Napoli ndr), e la Juventus allenata subito dopo avevano più rigore e meno fantasia. Un peccato di gioventù, forse, per un Ancelotti alle prime armi. Il club emiliano affondava le fondamenta nel 4-4-2 e nella qualità della coppia Crespo-Chiesa, ma anche e soprattutto nei muscoli di Dino Baggio e Fiore, con in difesa un giovanissimo Buffon e la coppia d’oro Cannavaro-Thuram. Linea a quattro difensiva anche a Torino, in una esperienza poco fortunata per l’allenatore emiliano che però conobbe il primo grande talento della sua carriera da allenatore: Zinedine Zidane. Il rapporto col francese è proseguito fino agli anni di Madrid e alla successione tra i due sulla panchina del Real oggi occupata ancora dall’ex bianconero.

I dettami tattici di Ancelotti cambiano con l’arrivo in Premier League. L’esperienza milanista non può essere riproposta in un campionato del tutto diverso come quello inglese e allora ecco che il gioco si sposta dal centro agli esterni. A Londra, l’allenatore può contare sulla forza di giocatori come Malouda o Joe Cole, Kalou e Deco, per poi rifinire il gioco con Drogba. Il 4-3-3 proposto più volte a Stamford Bridge cambia a Parigi nel 2012-13, ma l’idea di gioco resta la stessa nonostante l’approccio al 4-2-3-1. Bisogna sfruttare le qualità di Ibrahimovic, ma sempre grazie alla spinta esterna con l’ex azzurro Lavezzi, Pastore o Menez. A Madrid il capolavoro della «Decima» con il gioco nelle mani di Cristiano Ronaldo e un 4-3-3 spumeggiante, poi l’approdo in Germania. Ancelotti ha provato a migliorare quanto fatto da guardiola, proponendo un 4-2-3-1 o un 4-3-3 che sfruttassero sempre gli esterni (a piedi rigorosamente invertiti). 

A Napoli proverà a fare lo stesso. L’esperienza Sarri ha lasciato il segno nell’ultimo triennio e non va cancellata, al netto di ingressi ed uscite dovute al mercato. Il gioco passerà ancora da un modulo votato all’attacco, senza però dimenticare l’importanza della fase difensiva. «Il calcio è semplice, basta mettere in campo i giocatori bravi», aveva detto non più tardi fa Ancelotti in una intervista. «Il sistema di gioco di una squadra deve essere equilibrato, elastico, razionale», le sue parole. In azzurro dovrà trovare la continuità spesso mancante e giocare ancora per il titolo. È quello che gli chiede la società, è quello che tutta la città si aspetta.


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COMMENTA LA NOTIZIA
4 di 4 commenti presenti
patricelli
2018-05-25 14:49:23
Finalmente un allenatore del Napoli che ammette i meriti delle vittorie della juve. É vero: "il calcio è semplice, vincono i migliori".
fioredelvesuvio
2018-05-25 09:53:50
Cioè con i giocatori o senza giocatori?...
johnnyred
2018-05-25 09:37:19
questa è la mentalità giusta: vincono i migliori, i più forti. Non bisogna nascondersi dietro le banali scuse dell'arbitraggio favorevole, del fatturato, delle partite giocate la sera o il pomeriggio e bla bla bla. Solo con una mentalità vincente si possono ottenere risultati e Sarri questa mentalità non l'aveva
felipe
2018-05-25 00:04:01
Due filosofie di gioco, due caratteri diametralmente opposti! La semplicità contro il meccanismo contorto e ossessivo del credo sarriano. Un passato da grande giocatore professionista contro un passato da dilettante; svariate Coppe e scudetti da allenatore di grandi Club contro...zero tituli, e nessuna esperienza internazionale. Vogliamo ancora andare avanti con questo confronto? Non c'è partita! Un ciclo si è chiuso, ora inizia un nuovo ciclo con un nuova squadra guidata da un vero esperto di calcio. In partenza, già si nota molta più gioia e leggerezza rispetto a due giorni fa.

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